La falsariga

Stamattina ho trovato il tuo fermaglio in camera da letto e il bicchiere sporco di rossetto in cucina. Avrei preferito il profumo dei tuoi capelli e il sapore delle tua labbra. Imparerò a dimenticarli, anche se nessuno può insegnarmi come fare.
Le nostre vite sembravano lontane, ma ci avevamo costruito sopra un bel ponte per tenerne unite le due sponde.
Nessuno dei due immaginava che sarebbe successo qualcosa. Nessuno dei due avrebbe scommesso su di noi. Eppure io ricordo ancora il nostro primo incontro. Quella mattina ti eri girata di scatto, e l’angolo della tua borsa aveva colpito quella tazzina sul bancone del bar. Avevi fatto cadere il caffè sul mio pantalone preferito, poco prima di un importante appuntamento di lavoro. Avrei potuto arrabbiarmi, rovinarmi la giornata, e pensare che quello era il classico inizio di una giornata di merda. Ma l’effetto del tuo viso, quegli occhi così verdi, la sottolineatura delle tue lentiggini, e quella chioma bionda perfettamente acconciata avevano frenato tutte le imprecazioni pronte ad uscire dalla mia bocca.
«Sono un disastro, sono mortificata, sono…»
Bellissima, pensai.
«Non l’hai fatto apposta…» ti risposi
«Colpa mia, sono sempre in ritardo! Mi dispiace tantissimo.»
«Non è nulla di grave, per fortuna il pantalone è scuro, tornerò a cambiarlo nella pausa pranzo.»
«Posso offrirti almeno il lavaggio in tintoria? Provo a farmi perdonare.»
«La mia lavatrice ha un tasto magico che si chiama “Molto sporco”. Basterà quello, non preoccuparti.»
«Sicuro che non posso fare niente?»
«A pensarci bene, potresti offrirmi un altro caffè. Che ne dici?»
«Va bene, certo. Comincia pure ad ordinarlo, vado a pagarlo alla cassa.»
«Aspetta, ho un’altra idea. Accetto il caffè, ma non oggi. Vediamoci qui domani mattina intorno alle 11. Il sabato non lavoro, e magari mi presento in jeans. Ok?»
Mi avevi fatto un sorriso spontaneo, e senza neanche un momento di titubanza avevi risposto di sì.
La macchia di caffè andó via dal pantalone, la macchia di te dalla mia testa no. Perché era una macchia resistente, uno sfondo nero da riempire con immagini colorate, delle nostre lunghe conversazioni, di me che ti venivo a prendere sotto casa, di te che ti staccavi dal tuo gruppo di amici per venire a salutarmi.
Eri riuscita a rapirmi la mente perché sei sempre stata adorabilmente complicata, strana ma dolce, pesante nei discorsi e leggera nelle parole, eri una nuvola capace di far filtrare raggi di sole. E le lunghe fasi della nostra conoscenza erano state lente. Allontanarsi per poi avvicinarsi, perdersi per poi ritrovarsi. Volevi sfuggirmi e allo stesso tempo volevi lasciarti prendere. Un corteggiamento a fari spenti, puntata dopo puntata, weekend dopo weekend. Due mesi in cui eravamo rimasti a parlare per ore sulle nostre vite, i nostri sogni, i nostri hobbies, le nostre vecchie situazioni sentimentali. Fino a quando ho sentito che era arrivato il momento giusto per baciarti. E tu mi hai buttato le braccia al collo e me lo hai lasciato fare come se non aspettassi altro. È stato un bacio diverso, la sensazione di una caduta ad occhi chiusi che non avrebbe avuto mai un impatto. Era come se avessimo creato un alfabeto tutto nostro, come se i movimenti delle tue labbra mi stessero dicendo «Hai vinto tu. Ho ceduto. Sono tua». Le tue dita tra i miei capelli, il mio braccio curvato sul tuo fianco. Un disegno romantico incorniciato sullo sfondo di una vista mozzafiato.
Fino ad arrivare alla nostra prima notte in quel resort sul lago. Avevo spento i pensieri, avevo raggruppato tutte le mie fantasie di quei giorni trascorsi insieme, e avevo aperto i cancelli del mio desiderio per te. Sentivo i muscoli quasi palpitare per il modo frenetico di toccarti. Ci siamo stretti con dedizione e forza d’animo. È stato uno spettacolo per i nostri stessi occhi vedere i nostri corpi esibirsi insieme con tutta quella passione inaspettata. Le nostre armi erano tutte su quel letto: i baci, i movimenti, le voci, i tocchi. Se ti spostavo i capelli per vedere il tuo sguardo pieno di noi, tu mi stringevi la mano per farmi capire che era tutto vero. Quell’attesa aveva incendiato la pelle, aumentato i battiti, ci aveva cosparsi di incoscienza. E noi continuavamo a sporcarci a vicenda, rendendola piacevole follia. Perché entrambi già sapevamo che tu non eri pronta per un relazione, ma la tentazione di viverci fino in fondo almeno una volta sola era stata troppo forte. Eravamo complici di quell’ incontro segreto, ma i tuoi sentimenti non erano stati invitati. Eravamo veri dentro quel letto e finti fuori quella stanza.

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Il giorno dopo avrei voluto essere assunto dal tuo cuore come tuo fidanzato, con un incarico a tempo indeterminato. Mi immaginavo Cupido dietro una grossa scrivania, mentre fumavamo sigari e buttavamo giù un whisky invecchiato per sancire l’accordo. Stretta di mani, pacche sulle spalle, firme sui contratti. E il giorno dopo io e te saremmo diventati una coppia pronta a guadagnare affetto reciproco, con l’ambizione di averne sempre di più, e migliorare i nostri risultati giorno dopo giorno. Ma ancora una volta mi ritrovo a fare l’imprenditore dell’amore. Uno che sbaglia ad investire, perché lo fa sulle persone che non può avere.
Me ne sono accorto solo ieri sera, quando fuori al mio terrazzo eri inspiegabilmente fredda. Ti ho appoggiato la giacca sul vestito da sera, ho steso il braccio per appoggiartelo sulla spalla, e ti ho fatto sentire la mia presenza anche se eravamo in silenzio.
«La mia vita è un casino. Non so più quello che voglio, non ho tempo per un altra persona, non ho tempo neanche per me stessa.»
«Perché mi dici questo?»
«Perché so che il tuo interesse è più forte del mio.»
«Sì. La verità è che tu mi piaci tanto, e io non ti piaccio abbastanza.»
«Tu sei perfetto. Ce l’ho con me stessa perché non posso essere la donna che meriti. Non sono pronta. Non posso innamorarmi di te.»
Hai spento la sigaretta, consumato l’ultimo sorso di vino, e mi hai superato. Ho provato a riprendere il discorso, ma non c’era più spazio. Non aggiungerai altro, ti volterai e andrai via. E non ti rivedró mai più.
Perché non ho insistito? Perchè non ti ho inseguito come tutte le altre volte? Probabilmente perchè avevi ragione. Devo smettere di immaginare realtà che non possono avverarsi. La nostra storia non è decollata, tu avevi paura di volare. Peccato che me l’hai detto quando io già ero tra le nuvole e senza paracadute.
Sai cos’è una falsariga?
Un foglio rigato che si usa sotto il foglio bianco per scrivere diritto. Io sono stato questo per te. Un ragazzo pieno di righe, di qualità, di passione, di interessi, su un foglio bianco come te, anonimo, spento, da capire. E grazie a me per un periodo hai reso dritte le tue giornate, mentre ora sei diventata carta straccia piena di scarabocchi.
Riprenderò a condividere momenti goliardici con persone poco esaltanti, e magari mi sentirò etichettare dalla gente anche come un playboy che non sa amare. E quando la prossima anonima emozione avrà raccolto i suoi vestiti e le sue Louboutin, e sarà uscita mandandomi un bacio dalla porta, io penserò ancora a te. Faró sesso con donne che con me faranno l’amore, dormiró con donne di cui non saró innamorato: la maledizione delle lenzuola sbagliate. E intanto il tempo passerà e io mi volterò sempre indietro quando berró un caffè. Ma poi che cos’è il tempo se tu non sei qui con me?

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